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Davide Faraoni si racconta: “Sono rinato a Verona. Ho avuto la fortuna di giocare con Di Natale”

Il laterale del Verona Davide Faraoni ha parlato a Cronache di Spogliatoio:

STAGIONE

“Sono rinato a Verona, dove ho ritrovato fiducia in Davide e continuità per Faraoni. I primi tre anni e mezzo sono stati da urlo, sulle montagne russe. Ero certo che sarebbe arrivato anche questo momento, quello della difficoltà: può diventare l’anno più bello di tutti. Prendetemi per pazzo, ma è la sfida più grande. La vita non mi sta dando quello che voglio, ma quello che mi serve attualmente. Sono sicuro che quando vinceremo sarò un giocatore più forte mentalmente. Sono affezionato alle belle sensazioni, ancor di più ai momenti brutti: quando sbaglio, faccio un errore, soffro. Come fosse un trauma. E lavoro per evitare che riaccada. Per me il calcio e la vita sono sopravvivenza”.

DI NATALE

“Uno dei calciatori più forti che abbia mai visto. Talento puro: io non ho talento, lui sì, perché quelle cose non gliele hanno mai insegnate. Negli anni è migliorato, ma lui… avete visto il gol che ha segnato contro il Chievo, quello al volo? Io manco ce penso a fare quella roba lì, manco mi viene in mente. Di Totò mi colpisce la passione per il calcio: una volta l’hanno sostituito perché aveva preso una botta, pianse come un disperato. Gli dicevamo che non era niente, che sarebbe rientrato quella dopo. Niente, disperato. Capii che puoi essere capocannoniere della Serie A per 3 anni, puoi segnare a raffica, puoi guadagnare quello che vuoi, ma se ami una cosa, la tratti sempre come la prima volta. Si ferma a raccontarmi i suoi segreti: mi ha spiegato che quando rientra sul destro, se è nello spazio tra il primo palo e il portiere, tira a giro. Se invece è oltre il portiere, verso il secondo palo, tira a chiudere e incrocia. Tanti hanno giocato con Totti e Del Piero: io ho avuto la fortuna di giocare con lui. Si allena due giorni, il resto a parte, ma va bene così: se gli dai la palla, sai che poi corri ad abbracciarlo”.

INTER

“Io, in Prima Squadra all’Inter. Mi rendo conto solo adesso di quanto fossi in una dimensione non reale. In un sogno, direi. Avevo l’incoscienza di un ragazzo, e questo mi faceva giocare con tranquillità. Ora, qualche mese dopo, ho realizzato e di colpo ho capito quanto sia difficile restare in Serie A. Questa riflessione, negli ultimi tempi, mi aveva penalizzato. Non ero alla loro altezza, non potevo restare all’Inter. Sono arrivato dopo il Triplete, non c’entravo niente con loro, né tecnicamente e né fisicamente. Avevo bisogno di andare via: mi misi in gioco all’Udinese. Aver fiducia, stare in panchina e poi rientrare. Non posso andare a casa da perdente, secondo me quello che hanno gli stranieri quando vengono qui è proprio questo: non possono permettersi di tornare indietro, non hanno scelta. Sono più cattivi proprio per questo. Spesso, gli italiani sono nella comfort zone. Caratterialmente ci mangiano per questo motivo, hanno meno scelte”.

GIOVANILI INTER

“La vita di lago è semplice: beachvolley, locali sulla sabbia. Camminate. E il calcetto saponato all’Aquafelix, un parco giochi vicino a Civitavecchia. Praticamente un suicidio: giochi a calcetto su un telo pieno di sapone, dove non fai altro che scivolare. Io ero incosciente, se scivoli non ti fermi, travolgi sicuramente qualcun altro e ti rompi o la caviglia, o il braccio. Da un mondo a un altro. A Milano c’era un ragazzo svedese pacato, biondo, con gli occhi azzurri. Io facevo un casino… Tutti lo chiamavano ‘Ikea’. Devo essere sincero: non sapevo cosa fosse l’Ikea. Ho dovuto chiederlo. Mi colpiva il suo modo di fare, completamente opposto al mio. Distinto, in ordine, arrivava all’allenamento con il Porsche perché il padre è un dirigente di Microsoft. Insomma, un mondo diverso dal mio. Mi sono fatto degli amici: c’erano Samuele Longo e Denis Alibec, per il mio compleanno mi hanno regalato un enorme cuore rosso con le loro firme che custodisco ancora”.

FONTE: calciomercato.com