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Di Tacchio: “Senza calcio è dura. Ma ne usciremo”

Gli manca il campo. Gli mancano i compagni. Gli manca il calcio. Francesco Di Tacchio, capitano della Salernitana, sta affrontando da solo, in casa, questo periodo così strano e difficile. Lui è un taciturno, preferisce farsi sentire durante i novanta minuti, che affronta sempre con determinazione e grinta. La sua ultima partita da titolare risale al 25 gennaio scorso (1-0 contro il Cosenza all’Arechi), poi tre gare in panchina, ventisette minuti contro il Livorno ed un infortunio al piede che lo ha costretto a saltare i tre incontri prima dell’interruzione. Al telefono il capitano granata sembra un po’ scocciato, quasi triste, come tutti del resto.

Come trascorre le giornate, Di Tacchio?
«Cerco di impiegare il tempo. Mi sveglio con calma, faccio stretching ed esercizi di postura, poi nel pomeriggio mi alleno, ovviamente in casa».

In cosa consistono questi allenamenti individuali?
«C’è una parte di lavoro aerobico e di forza, che alza leggermente il battito cardiaco. Non è il solito allenamento, questo è chiaro, e non dà quello che vorremmo. Diciamo che serve soprattutto per non perdere la condizione mentale».

E se si dovesse riprendere a maggio?
«Sarà necessario rifare la preparazione. Non ripartiremmo da zero, ma da due. Insomma, dovremmo fare un vero e proprio periodo di rodaggio, come accade durante il ritiro estivo. In questa fase dobbiamo prestare attenzione all’alimentazione per presentarci all’eventuale ripresa in condizioni accettabili. L’obiettivo è farsi trovare pronti».

Resta, per ora, solo un’ipotesi.
«Certo, non c’è alcuna data. E non potrebbe esserci considerati i tanti morti ed i tanti contagi quotidiani. Sarebbe come parlare del nulla».
Capitolo stipendi. Lei è d’accordo per una decurtazione?
«Noi siamo pronti a discuterne con la nostra società, questo deve essere chiaro. Tuttavia, bisogna considerare che ogni calciatore ha le sue esigenze e che non tutti guadagnano cifre importanti. La serie A è un conto, nelle altre categorie la situazione è diversa».

E come immagina la ripresa?
«Sarebbe un altro campionato. Dipenderà dalla condizione fisica e mentale. Ci sarà bisogno di tutti. Inoltre, si giocherebbe a porte chiuse e verrebbe meno il bello del calcio. Sarà davvero tutto diverso».

Come sta vivendo questo periodo sul piano personale?
«La situazione è delicatissima. Ogni giorno ci sono centinaia di morti e questo è angosciante. Restare a casa è necessario ma non è facile. Mi mancano il campo, gli amici, i compagni. Mi manca il calcio».

La sua famiglia è a Barletta. Come va?
«I miei genitori stanno bene. Poi ho un fratello che vive in Inghilterra ed una sorella che lavora in Svizzera. Ci sentiamo quotidianamente. Leggo di storie tristi, di gente che muore senza aver visto per l’ultima volta i propri cari. Sono vicende che lasciano senza parole».

È dura stare da soli?
«Gli orari sono un po’ sballati, è inevitabile. La tv non l’accendo, non mi va di farmi abbattere dalle notizie che arrivano. Guardo qualche serie on demand e studio l’inglese. Ogni tanto sento il direttore Fabiani e mister Ventura. E naturalmente i compagni».

Questo è anche il momento della solidarietà.
«Ognuno di noi sta facendo qualcosa, anche senza farlo sapere. Questa vicenda così terribile ci sta aiutando a consolidare i veri valori della vita».